Le vere origini della crisi internazionale

Recentemente Hans-Werner Sinn, Professore di Economia e Finanza Pubblica all’Università di Monaco di Baviera, ha affermato che “l’uscita della Grecia dall’euro è sempre più vicina”; dunque, malgrado l’esito (meno negativo del previsto) delle elezioni in Grecia, si potrebbe manifestare un ulteriore rallentamento dell’economia che determinerebbe un nuovo periodo di recessione a livello globale. Le sorti di un Paese piccolo, quasi insignificante (il PIL greco è circa lo 0,4% di quello mondiale), potrebbe non solo compromettere la ripresa economica europea ma anche quella americana o cinese. Ciò trova giustificazione nelle dinamiche, prettamente di carattere finanziario, che si sono sviluppate a partire dalla crisi internazionale, originatasi nel 2007 nel settore dei mutui subprime statunitense e scoppiata nel settembre 2008 con il fallimento di Lehman Brothers.
La responsabilità di questa crisi è stata spesso ricondotta dai giornali a fenomeni diversi (quali la deregolamentazione bancaria, il conflitto di interessi delle società di rating, l’esistenza di prodotti finanziari eccessivamente complessi ed opachi) che hanno certamente concorso ad aggravare la crisi, ma che non possono esserne considerati la causa. Questo è dimostrato dalla circostanza che un episodio simile, negli Stati Uniti, è già avvenuto negli anni ’80: anche in quel periodo, infatti, si creò una bolla nel settore immobiliare che determinò il fallimento di molti istituti di credito (chiamati Savings&Loans). Tuttavia, le conseguenze furono molto più contenute: le perdite si aggiravano intorno ai 100/150 miliardi di dollari e furono sopportate unicamente dai contribuenti americani. La crisi attuale, invece, ha natura globale e si stima abbia causato perdite pari a circa 14 mila miliardi di dollari.
Per spiegare un fenomeno così ampio, quindi, è necessario prendere in considerazione altri fattori, tra cui le politiche macroeconomiche americane e cinesi attuate a partire dai primissimi anni 2000; tali politiche, infatti, risultarono essere perfettamente complementari (si è parlato per questo di perfect storm, tempesta perfetta): da un lato i cinesi, investivano i loro risparmi in mercati finanziari più sviluppati del loro, come quello statunitense, dall’altro gli Usa, grazie proprio a questi massicci flussi di liquidità provenienti dall’estero, riuscivano a mantenere bassi i tassi d’interesse e contenuta l’inflazione. Mentre in Cina si registravano surplus sempre maggiori nella bilancia dei pagamenti, negli Usa si ottennero deficit elevati che permisero agli americani, per molti anni, di mantenere tassi di consumo ben al di sopra delle loro effettive possibilità. Si pensi che nel 2006 il deficit della bilancia dei pagamenti statunitense arrivò al 6%: per valori simili, la teoria macroeconomica prevede fuga di capitali e il deprezzamento, conseguente, della moneta. Al contrario, questa situazione non si verificò proprio in virtù dei flussi di capitale, provenienti soprattutto dalla Cina che, ogni anno, compensavano il debito americano. Gli statunitensi, con tassi d’interesse così bassi, correvano il rischio che gli investitori stranieri prima o poi avrebbero potuto ritirare i loro risparmi per investirli in Paesi che garantissero rendimenti più elevati: per scongiurare tale accadimento, la cosiddetta ingegneria finanziaria fu incentivata alla realizzazione di prodotti finanziari che, apparentemente (e solo apparentemente), abbinavano remunerazioni piuttosto generose a profili di rischio bassi (molti di questi titoli avevano la tripla A).
Il successo di questi strumenti fu enorme e i portafogli di quasi tutti gli investitori si riempirono di titoli, il cui valore, in un secondo momento, si sarebbe rivelato essere praticamente nullo. La circostanza che la rischiosità dei nuovi prodotti finanziari fosse molto maggiore di quanto le valutazioni delle colpevoli società di rating mostrassero non poté evitare che prima o poi un evento qualsiasi provocasse una crisi: è per questo che alcuni sostengono che i mutui subprime non siano altro che un semplice trigger (grilletto) dello scoppio della crisi e non, come sostenuto da molti, la sua causa. Altri ancora sostengono che tutti gli eventi di natura microeconomica (comportamento scorretto delle società di rating, diffusione di prodotti finanziari sempre più complessi, etc.) siano state delle mere conseguenze delle politiche macroeconomiche accennate in precedenza; politiche senza le quali, probabilmente, non ci sarebbe stata alcuna bolla immobiliare, o comunque, anche qualora questa fosse esplosa, non si sarebbero registrate conseguenze tanto gravi. Quindi, per evitare che episodi del genere si ripresentino in futuro, oltre a garantire migliori sistemi di regolamentazione delle banche e degli altri attori del mercato (miglioramenti che, a tutt’oggi, solo in parte sono stati realizzati), sembra necessario impedire l’accumulo di squilibri così evidenti nelle bilance dei pagamenti. I meccanismi economici (come prima descritto nel caso americano) tendono automaticamente a ripristinare l’equilibrio nel caso di scostamenti; tuttavia, in quegli anni, chi si occupava della gestione della politica economica decise, con una certa miopia, di azionare delle leve affinché il naturale ciclo economico non si compiesse e gli squilibri rimanessero.
Nel breve periodo, in effetti, tale situazione giovava tanto agli americani quanto ai cinesi: ai primi perché, come già detto, garantiva un elevato livello dei consumi, ai secondi in quanto consentiva di mantenere alte le esportazioni (le quali rappresentavano, e tuttora rappresentano, il motore principale della crescita cinese). L’incremento di quest’ultime, infatti, tende a far apprezzare la valuta nazionale (in questo caso lo yuan); le stesse esportazioni divengono più costose per i clienti esteri e tendono, quindi, a diminuire. Teoricamente, dunque, anche in caso di forti surplus, si dovrebbe assistere ad un riequilibrio nella bilancia dei pagamenti; ciò, però, non avvenne: le autorità cinesi, per contrastare un eccessivo apprezzamento dello yuan, comprarono ingenti quantità delle principali valute internazionali in modo da causare una svalutazione e compensare, in questo modo, la spinta al rialzo prodotta dall’aumento delle esportazioni.
Alla luce di quanto illustrato, appare evidente che solo nel momento in cui i diversi Paesi dovessero rinunciare al perseguimento dei propri interessi di breve periodo, l’economia mondiale potrà garantirsi una situazione di equilibrio e crescita nel lungo termine.

Daniele Ferro Luzzi

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